Il Reato di Circonvenzione di Incapace Secondo la Corte di Cassazione

L’articolo 643 del codice penale punisce, con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 206 a 2.065 euro, il reato di circonvenzione di incapace. Recentemente, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1419 del 15 gennaio 2014, nel ritenere, nel caso a lei sottopostole, non completamente provata la condotta del reo di circonvenzione della volontà della vittima, ha colto l’occasione per delineare gli elementi essenziali di tale reato. Il caso trattato dalla Corte riguardava una donna che era stata ritenuta responsabile, nei primi due gradi di giudizio, del reato di circonvenzione di incapace in danno di una anziana signora, minorata nelle sue capacità psichiche, per aver indotto la stessa a deporre in suo favore in sede testamentaria.
I giudici di Piazza Cavour ritengono che, ai fini della configurabilità del reato, debbano sussistere: 1) l’esistenza di un rapporto squilibrato tra agente e vittima, tale per cui quest’ ultima possa essere soggetta a manipolazione della propria volontà senza poter opporre adeguata resistenza; 2) l’induzione a porre in essere un atto con effetti giuridici dannosi nei confronti suoi o di altri; 3) l’abuso cosciente dello stato di vulnerabilità della vittima da parte dell’agente; 4) l’oggettiva riconoscibilità dello stato di minorazione della vittima. Le condotte di abuso e di induzione, a detta dei giudici, devono consistere in qualsiasi pressione morale, di suggestione o sollecitazione, tale da costringere la vittima al compimento dell’atto dannoso. Tali condotte, infine, vanno materialmente provate, non essendo sufficiente né la semplice richiesta da parte dell’agente del compimento dell’atto dannoso, né la mera ed oggettiva sussistenza di quest’ultimo.
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